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Perché “scrivere” non vuol dire automaticamente essere uno “scrittore”

Pubblicato da Giuseppe in selfie · 17/3/2014 13:20:06

Perché “scrivere” non vuol dire automaticamente essere uno “scrittore”

Negli ultimi cinque anni il panorama editoriale è drasticamente cambiato. In passato, se volevi pubblicare un libro dovevi passare necessariamente per una casa editrice: che fosse tradizionale o a pagamento. Adesso, chiunque può scrivere qualcosa e nel giro di pochi minuti renderlo disponibile su Amazon, Kobo, Smashwords. La domanda quindi sorge spontanea: che differenza c’è fra “uno che scrive” e uno “scrittore”? Io penso che sia necessario fare un po’ di chiarezza.

Mi spiace doverlo dire ma il fatto che sia estremamente facile rendere disponibile quello che hai scritto non fa di te uno scrittore. Almeno non più del fatto che comprare uno stetoscopio ti dia il diritto di essere chiamato “dottore”. Un “cantante” è uno che canta. Un “cantante professionista” è uno che si guadagna da vivere con il canto. C’è una bella differenza. La stessa differenza che c’è fra essere “uno che scrive” ed essere uno “scrittore professionista”. Invece, molto spesso, chi si autopubblica inizia subito a definirsi così: “scrittore”, “autore”, come se fosse un titolo onorifico guadagnato sul campo.

Diverse associazioni come Romance Writers of America, Canadian Writing Union o Published Authors Network accettano nelle loro fila scrittori indipendenti. Persino la prestigiosa Science Fiction Writers of America sta cambiando il proprio regolamento per consentire ai self-publisher di entrarne a far parte. Però, per diventare membri di queste associazioni, è necessario dimostrare di ricavare annualmente una certa somma dalla propria attività di scrittura.

Definire “scrittore” chiunque scrive qualcosa e lo rende disponibile al pubblico svaluta così tanto questa parola da svuotarla di ogni significato. Scrittore indipendente, scrittore autopubblicato, scrittore ibrido, scrittore di blog, scrittore self, a seconda di chi ne parla, ognuna di queste definizioni assume un significato differente. Io credo che sarebbe il caso di semplificare: o sei uno che scrive, o sei uno scrittore. Se ti guadagni da vivere con la scrittura, sei uno scrittore, altrimenti sei semplicemente uno che scrive. Bene, male, autopubblicato, a pagamento, per diletto, non importa: sei uno che scrive.

Gli autori indipendenti che reclamano a gran voce il diritto di essere chiamati “scrittori” mi fanno un po’ ridere. È una definizione che oggi come oggi non vuol dire niente. È come dire “sono un fotografo”. Certo che lo sei. Nel momento in cui prendi in mano una macchina fotografica sei un fotografo. Usando lo stesso parametro, se scrivi una mail sei uno scrittore, se canti sotto la doccia sei un cantante. Ma non è proprio così.

In campo scientifico, ad esempio, le cose funzionano in modo molto differente. Per essere presi sul serio non basta scrivere articoli o avere pubblicazioni, bisogna anche che questi articoli vengano citati da altri scienziati. Più citazioni ottieni, più il tuo lavoro è degno di nota.

Io penso che ci si debba interrogare su cosa significa oggi essere scrittori o autori. Ormai questi termini vengono usati in maniera talmente gratuita che non si capisce più cosa vogliano dire. Tanto, alla fine, ci sarà sempre qualcuno che dirà “Voglio leggere solo libri di autori professionisti, che mi garantiscono una certa qualità”, mentre altri penseranno “Ormai case editrici e scrittori pensano solo al profitto, voglio leggere autori indipendenti che siano mossi da una sincera passione”.

Michael Kozlowski

Self-Publishers Should Not Be Called Authors, originariamente pubblicato su goodereader.com

Traduzione a cura di Alberto Forni




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